sabato 16 febbraio 2008

Un giro nelle favelas.

Grazie all'ostello, siamo rientrati in un progetto per cui agli esterni viene consentito di fare un breve giro a piedi all'interno delle favelas, e in cambio il denaro viene devoluto a favore di progetti per la comunità stessa, come scuole, laboratori di pittura, e così via. E' giusto che anche i ragazzini più sfortunati possano godere di strutture e servizi pubblici decenti.


Le stradine piccole impediscono ai servizi pubblici di recuperare la spazzatura, per cui sono dei locali conosciuti in ogni zona a portare i rifiuti sulla strada principale, perché vengano presi e portati via dai camion. La
favela che visitiamo è la più grande di Rio e forse di tutto il Sudamerica: si chiama Rocinha. La nostra guida ha superato un training di tre settimane in cui si faceva conoscere dagli abitanti del luogo, e si orientava sul percorso da fare e sulle persone da evitare. Non si possono infatti fare fotografie, per ovvi motivi, in presenza di osservatori o spacciatori della banda dominante di trafficanti di droga.



Grazie alle conoscenze della guida, prendiamo il più moderno servizio di trasporto in circolazione nelle favelas: la moto! Tutti i giorni, vari motociclisti vengono pagati per portare su e giù dalla collina gli abitanti del luogo. I poliziotti che stazionano svogliatamente da queste parti, tutti corrotti fino al midollo, ricevono circa un real a testa dai motociclisti, che in questo modo non devono portare il casco e sono autorizzati a svolgere il loro ruolo. Questo tipo di organizzazione ricorda molto da vicino Napoli....


La nostra corsa su per le strade tortuose della collina è un bellissimo esempio di come sia una favela vista dalla strada principale. Si tratta di case povere, cemento in vista, sovrastate da fili elettrici, ma in generale provviste di negozi alimentari e non, quanto basta per servire una popolazione vastissima, che raggiunge qui almeno le 500.000 persone. Si tratta di una vera e propria città, con tutti i servizi e le commodities - chiaramente low cost - di cui una popolazione vasta ha bisogno.



Quello che più mi piace della favela è la semplicità della gente, gente come noi, che ha una famiglia, possiede una casa (di cui non paga le tasse), e svolge una vita più faticosa di una persona normale, coi suoi 2-3 lavori nelle zone ricche della città.

Il 95-99% della popolazione è gente il cui solo "difetto" è quello di essere povera. Non sono assassini, non sono ladri, non sono aggressori. Una sparuta minoranza è invece quella costituita da gruppi di trafficanti di droga che si spartiscono le varie favelas e danno stabilità e organizzazione. Come a Napoli, il boss è informato su tutto: chi entra e chi esce dalla favela, chi viola l'ordine e così via. Non sono ammessi ladri o disturbatori, affinché il traffico di droga, qui protetto e nascosto nelle piccole stradine, non sia compromesso.

La maggior parte degli abitanti sa con chi è meglio non avere a che fare e continua la propria vita faticosa ma onesta all'interno della favela. Qui tutti si conoscono: è come una grande famiglia. Per questo chiunque voglia entrare nella favela, per essere al sicuro, deve conoscere qualcuno che abiti nella stessa. Come in qualsiasi luogo, conoscere i locali è un vantaggio. Persino Ernesto non è mai stato in una favela, mi racconta, ma ha amici che potrebbero farlo entrare in questo labirinto di stradine e case accalcate.
Infatti non proviamo nessun senso di pericolo, e la gente anzi ci sorride e ci saluta. I bambini più coraggiosi ci chiedono di fare loro delle foto, gli altri giocano per passaggi polverosi da cui spuntano spesso piccole discariche malsane di spazzatura all'aria aperta. Ogni tanto passa qualche scarafaggio o altri animaletti...ma dopo aver vissuto a New York quelli di Rio mi sembrano persino carini e quasi giustificati in un posto come questo!

Ci dirigiamo verso una delle strutture che stiamo contribuendo ad ampliare con i soldi del "tour": si tratta di un piccolo edificio in cui adulti e piccini si cimentano nella pittura. E' un modo come un altro per occupare il tempo libero dei ragazzini e distrarli da altre più pericolose attività. Si vedono infatti in giro giovanissimi muniti di armi automatiche... forse una maniera più turbolenta di fare più soldi più in fretta. La maggior parte dei dipinti su tela raffigura la favela, ma le case disegnate sono sorprendentemente ricche di colore, nonostante si staglino su una collina nera e altissima, la cui cima è spoglia. Compro un piccolo dipinto di un bambino di nome Carlos, che purtroppo lascerò su un taxi nel mezzo della notte a Sao Paulo...
Proseguendo il giro, ci fermiamo in una panetteria dai profumi inebrianti, ed assaggiamo ogni tipo di dolci caserecci: al cocco, alle noci, a non-ricordo-più-quali-gusti ma ricordo che erano dolci buonissimi! Assaggio persino un pezzettino di un frutto stranissimo, simile a un enorme melone giallo, che pende dagli alberi di queste zone: il Jack-fruit. E' giallo all'interno e un po' viscido, non proprio gustoso... come quello qui sotto, sulla carretta di un venditore ambulante incontrato a Sao Paulo.
Ce lo offrono dei simpatici ragazzini che si divertono a suonare... la samba! Il ritmo incalza mentre i ragazzini battono sui tamburi con una naturalezza che solo dei brasiliani possono avere, una naturalezza che quando crescono si tramuta in balli sfrenati, come quelli funk, che i nostri eroi hanno ovviamente sperimentato in un'altra favela.
Mentre cerchiamo di sputare il Jack-fruit senza essere visti, ci intratteniamo con la musica e coi bambini bellissimi che popolano la favela. Moltissimi sono mulatti (e anche qui la popolazione di neri è quella più povera rispetto ai brasiliani di pelle più chiara...) Ecco qualche scatto:



Una bambina osserva i percussionisti.




Un bambino chiede.



Una bambina sorride.
Dire che sono splendidi è poco. Lascia invece riflettere la loro condizione, una condizione in cui sono nati per volere del destino, e in cui potremmo essere nati anche noi. Invece io sono italiana, ho una bellissima famiglia, e ho la fortuna di essere sostenuta e amata dai miei genitori. Come potevo saperlo quando sono nata? Potevo essere anch'io una bambina della favela, con una vita in collina, tanti fratelli, e amici onesti o armati. Ma questo non sono, per cui osservo.


La sera andiamo in un'altra favela per una serata funk in una discoteca. Ci troviamo immersi in un cubo enorme a due piani (il piano superiore per i "VIP") pieno zeppo di gente sia della favela, sia di fuori. Il volume della musica è assordante, tanto da dovermi proteggere con dei pezzi di carta nelle orecchie. Il modo di danzare funk in brasile (e forse in particolar modo nelle favelas) è molto, mooolto disinibito. Io l'ho soprannominata la danza di "pre-copulazione"! Essa consiste in ragazze munite di minigonna che sculettano in maniera estrema abbassandosi e alzandosi, con il sedere ben in vista e in movimento. I ragazzi invece si piazzano a turno dietro alle ragazze sculettanti e adottano un swing monotono che sbalza i loro bacini avanti e indietro, in perfetta sincronia con lo sculettamento femminile!!! Mai vista cosa simile.


Qualcuno di noi commenta che forse questo è uno dei motivi della sovrappopolazione delle favelas... e subito dopo una ragazza rimane folgorata da Yvette. Con movenze inequivocabili del di dietro cerca di convincerla a ballare con lei, ma vuoi per l'imbarazzo, vuoi per la stanchezza, Yvette non accetta cotanto lesbico invito! Purtroppo non sono una fan della discoteca, e nemmeno del tipo di comportamento ormonale che in questi luoghi ha il sopravvento, ma anche questa è un'esperienza "favelica" interessante. In fondo siamo a Rio: bisogna provare tutto!!! E credo che da questo punto di vista non ci siamo risparmiati!


Era giunto ormai il momento di ripartire!

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