domenica 17 febbraio 2008

Bogota, il calore umano.

Una delle qualità migliori dei colombiani, a parte i cibi deliziosi, è il calore loro calore umano.



L'incrediBBoli gentilezza e disponiBBolità che li distingue è superiore persino all'apertura e spontaneità dei nostri abitanti del sud, o forse simile. Un giorno, prima di andare al monte di Monserrate, io e Jason ci fermiamo in un gustoso ristorantino sul percorso, in cima a calle 12. Ci accoglie il manager della baracca, che si siede a chiacchierare con me, ci fa servire il miglior cibo (assicurandosi personalmente che sia ben cotto, ben servito ecc), e ci consiglia piatti tipici di carne, fagioli e uova, arepas, ajiaco, e altre specialità, oltre a farci bere deliziosi succhi di frutta tipica del luogo.




Non contento di ciò, ci offre ospitalità per la prossima volta che verremo in Colombia. Potremo stare da lui, oppure ci cercherà lui il migliore ostello in zona, o addirittura ha in mente di ampliare il suo stesso esercizio con una parte superiore adibita ad ostello, entro l'estate del 2009...così nel caso torniamo...! Ci fa vedere il locale, conoscere i lavoratori, e ci presta persino le posate per portare via del cibo il giorno dopo, posate che restituiamo per puro caso a un suo dipendente quando il locale è chiuso. Infine, arriva il momento di pagare il suo succulento pranzo (solamente l'equivalente di $4-5 a testa!). Cerchiamo invano di lasciargli la mancia, ma lui insiste di no, e invece di darci il resto contato, ci da più resto, facendoci addirittura lo sconto su quel poco che dovevamo pagare!! Piacevolmente allibita, se non sconvolta, resto imbambolata davanti a tanta gentilezza. ImpossiBBoli che si tratti solamente di strategie di marketing verso il cliente! E pensare poi che la gente di città è sempre meno amichevole della gente fuori città...



Da "Andres Carne de Res", Chia - vicino Bogota.

VOGLIO TORNAREEEEEEEE!!!! Ecco che divento anch'io sempre più colombiana! Non sempre però le piacevoli stradine gialle, rosse, azzurre e bianche sono territorio sicuro per viaggiatori e locali. Di notte i colori vengono oscurati dal buio, e facce di gente povera si aggirano minacciose per le strade deserte della città vecchia, deserte soprattutto durante la settimana lavorativa.



Anche se la zona vicino al palazzo presidenziale è presidiata dai militari, solo una stradina è chiusa e super-protetta, e i militari si diradano salendo su per la collina...verso appunto il nostro ostello. I militari inoltre proteggono strettamente il loro perimetro di azione, e del resto si preoccupano poco!
Anche se ci sono dei baretti aperti di qua e di là, non sono immediatamente visiBBoli e non sono neanche molto popolati durante la settimana.
Anche se i ladri e i poveracci, che in Colombia sono davvero poveri (rubano soldi e giacche per coprirsi minacciando le loro vittime con coltellini), ce l'hanno scritto in fronte che vogliono derubarti e sono quindi facilmente identificaBBoli, non sempre è facile rendersi conto del fatto che sono davvero malintenzionati, e sono davvero presenti di sera e di notte per le stradine della città vecchia... Meglio sapere esattamente dove si va, di sera, e non andarci da soli...


Capita così che un giovedì sera io e Jason vogliamo andare a un barettino consigliatoci nelle vicinanze. Si tratta di una distanza di solamente 4
calles, e per giunta sulla stessa carrera del nostro ostello. La simpatica manager dell'ostello, sentito il nostro programma di uscire verso le 23, ci consiglia terrorizzata di prendere un taxi. Un taxi per quattro isolati? Prese le benedizioni della proprietaria, usciamo a piedi. Dopo tutto Jason è un ufficiale militare, siamo in due, la strada è abbastanza illuminata ed il percorso è in discesa. Dovremmo proprio farcela!



Vecchia che cammina a Zipaquira.


Tuttavia la strada è silenziosa e deserta, da far venire la pelle d'oca. Affrettiamo il passo e, senza mai incontrare anima viva, giungiamo ad un incrocio. Chiediamo a un barettino dove si trovi esattamente il nostro bar, peraltro chiamato ambiguamente "Casa de Citas" (!), e scopriamo che si trova proprio svoltato l'angolo. A questo punto incontriamo uno dei suddetti malviventi ovviamente malintenzionati. Trattasi di un individuo magrolino, senza giaccia, se si avvicina in maniera anomala verso di noi e comincia a parlarci in maniera sconnessa. MAI fidarsi di alcuno che si avvicini a parlare, specialmente la sera! Noi indietreggiamo, pronti a rientrare nel bar, e l'omino alza le braccia (come di fronte alla polizia) cercando di convincerci che è innocuo e di guadagnare la nostra fiducia. Con cautela lo aggiriamo e giungiamo all'incrocio, ma proprio al momento di svoltare vediamo che il malvivente è tornato sui suoi passi e si sta avviando velocemente e minacciosamente nella nostra direzione. A questo punto cominciamo a correre, e prima che il malandrino svolti l'angolo, troviamo il bar ed entriamo nel rifugio sicuro. Pheeeeeew! Il ritorno lo abbiamo fatto di corsa senza incontrare nessuno, per fortuna, ma non si può certo dire che sia piacevole uscire la sera da queste parti!!!



Beppe: salva anche la Colombia, dopo l'Italia!!!


Dopo tale adrenalica emozione, decidiamo di prendercela con calma, e andare nei posti per turisti. Infatti visitiamo la famosa cattedrale di sale di Zipaquira, una chiesa scavata nelle profondità di una ex-miniera di sale, piena zeppa di croci (piccole, grandi, incavate, in rilievo, decorate, semplici... insomma, in tutte le salse!). Dopo aver visto quella vicino a Cracovia, però, non rimango particolarmente impressionata, soprattutto considerando "L'Ultima Cena", la statua del Papa Giovanni Paolo II e altre bellezze che si trovano in Polonia ma non a Zipaquira.




L'avventura più interessante è tuttavia quella del trasporto pubblico. All'andata prendiamo in famoso Trans-Milenium, una specie di servizio di metropolitana che però è svolto da un lungo bus rosso che attraversa Bogota e va anche in periferia. A nord, prendiamo un piccolo pulmino. I pulmini che svolgono le funzioni di bus pullulano in sudamerica, ma per gli stranieri è molto meglio prendere uno di quei bei bus enormi e scassati che non i pulmini, dove si rischia di essere rapinati e chissà cos'altro. A Rio, per esempio è così, ma è un'avventura prendere anche i bus normali, dato che i conducenti sembra che partecipino sempre ad una gara di formula uno! A Rio ho chiesto all'omino dei biglietti perché il conducente corresse così tanto, e lui mi ha risposto che:


"La vita va vissuta intensamente, quindi con rischio". Una risposta che mi ha lasciata senza parole...!

Nel caso della Cattedrale di Zipaquira, prendere il pulmino piccolo non è un problema. Dei ragazzini urlanti cercano di far salire la gente sul loro pulmino (ognuno ha un nome diverso e va verso luoghi diversi), che si ferma dovunque ci siano passeggeri o debbano scendere. A volte bisogna saltare sui pulmini in movimento! Gli stessi ragazzini, a volte menomati (uno non aveva una mano) raccolgono i soldi dai passeggeri una volta che il pulmino sia in moto. E' così che dopo aver visitato Zipaquira, siamo saltati giù da un pulmino sbagliato (grazie all'avvertimento di una donna che sapeva quale dovevamo prendere), e su un altro pulmino, che attraversava i campi e le cittadine periferiche di Bogota per portarci a un ristorante VIP con la carne migliore di Bogota: Andres Carne de Res.



Qui io e Jason abbiamo mangiato come re! Carne mista grigliata, arepas, succhi esotici gustosissimi... il tutto a un prezzo caro per i colombiani ma del tutto accettaBBoli per un occidentale. Avendo perso l'ultimo Trans-Milenium da Chia, ci è costato molto di più tornare a casa in taxi. Pare che qui vengano a nutrirsi personaggi come Shakira e il Presidente colombiano, per cui il servizio di taxi è fornito specificamente dal ristorante e occorre dare nome e numero di passaporto per garantire sicurezza sia ai passeggeri, sia...ai tassisti!!! Certamente io mi preoccupavo molto di più della prima categoria!!!

In ostello, facciamo amicizia con una coppia di amici argentini simpaticissimi. Ci insegnano un gioco tipico dell'Argentina: truco. Si tratta di un gioco di carte fatto a pennello per i più mendaci. Infatti, sebbene Jason giuri onestà, lui risultava un formidaBBoli mentitore, mentre io scoppiavo continuamente a ridere e mi si leggeva la bugia in faccia quando il mio compagno mi chiedeva se avevamo moltissimi punti e io dicevo di sì, viola in faccia e sul punto di scoppiare. Mai ho riso fino alle lacrime come quella sera, una sera moooolto lunga e molto "mentirosa"!



E' così che si conclude, purtroppo, la mia avventura colombiana, lasciandomi con il desiderio intenso di tornare, di esplorare Cartagena e Santa Marta, di imparare di più su tutti i luoghi centro-occidentali occupati dalle Farq, che quando ero a Bogota hanno rilasciato i loro ostaggi argentini dopo... 6 anni di prigionia. E' difficile immaginare la guerrilla, il rapimento, la violenza della reclusione dopo tre giorni a Bogota, dopo aver visto la gentilezza e l'onestà di molte persone, e la povertà e disonestà di altre. Anche questa è una terra di grande bellezza e grandi contrasti.

Ma bisogna tornare... e tornare non è così facile come sembra!!! All'aeroporto, sei controlli. Io ovviamente vengono controllata tre volte con apertura di bagaglio e sguardi sospettosi ("ma sarà davvero italiana? E perché viaggia da sola? E cos'è questa sabbia nella bottiglietta? E quest'erba verde? Sarà droga?). Il Mate e la sabbia come al solito mi fanno fermare due o tre volte, con interrogatorio alla mano. Ma dove vai? E perché? E dove sei stata? Per fortuna arrivo a NYC, dove pur avendo rovesciato di tutto sul mio modulo I-20, quello che mi causa sempre problemi, me la cavo solamente con un commentino: "ma cosa ci fai coi documenti?!" .. E vai a spiegargli che sono impacciata e distratta di natura!!


Insomma, sono arrivata, sono a New York e fa un freddo boia... e il semestre "primaverile" sta per cominciare... SOS! Come farò a rimettermi a studiare? Ma questa è un'altra storia...

Bogota, che freddo!

Finalmente siamo arrivati a Bogota. E' stato come respirare di nuovo dell'ossigeno dopo essere stati in un buco claustrofobico. L'aria era fresca, l'aeroporto piccolino, i tassisti più rilassati, e anche lo spazio antistante l'aeroporto verde ed invitante. Ci siamo lasciati alle spalle il pericolo della grande città brasiliana per immergerci nella città vecchia coloniale (piccole casette di legno colorate, su stradine a misura d'uomo, a scacchiera, ma poste un po' in collina). La città vecchia si chiama la Candelaria, e tutti i taxi hanno problemi a raggiungere il nostro bellissimo ostello perché a quanto pare ci sono due "calle novena"! Un po' come a NYC con streets e avenues, anche a Bogota le strade della Candelaria alta si dividono in calles (in verticale) e carreras (in orizzontale).



Il nostro delizioso ostelli si apre su un patio inverdito di piante e amache, qualche bagno-doccia di pietra, e stanzoni con letti in legno e caminetto. Sui letti tre copertoni, perché Bogota è in alto e fa parecchio freddo la notte! Infine, uno stanzone comune con cucina, fornelli con il thé sempre caldo per gli abitanti, e un unico computer collegato in rete (ma il wireless impera!). L'ostello era un luogo molto calmo, forse troppo, una specie di oasi tranquilla in cui rifugiarsi dal mondo esterno, talvolta minaccioso, e i cui abitanti spesso si trovavano lì a lungo termine per progetti o apprendimento. Un americano veniva addirittura dalla Columbia (si capiva dal fatto che indossava in maniera alquanto ovvia la felpa della "Columbia", tanto per essere riconosciuto)! A casa c'era persino un gioco tipico della colombia, di cui ho scordato il nome:



Consiste nello sfidare un avversario nel lancio degli anelli. Se si centra la rana, si fanno più punti, altrimenti bisogna cercare di centrare gli altri buchi. Questo gioco si trova in genere nei pub o nei locali di biliardo e bowling, ed è uno dei passatempi dei colombiani. Se le strade della città vecchia sono ordinate e carine, verso il basso oltre la Plaza Bolivar (dove si trova il Palazzo super-protetto del Presidente), si trova invece la parte più incasinata e meno invitante della città:



Qui si trovano negozi su più piani, un po' come in Cina, che vendono di tutto a prezzi per un occidentale irrisori. $1 equivale a quasi 2000 pesos colombiani (€1 a quasi 3000)! Il problema è che non si trova quasi nulla di interessante: molte cianfrusaglie, oggetti inutili, vestiti poco alla moda. In compenso, se uno legge lo spagnolo, può andare letteralmente a tuffarsi nei libri, sperando di trovare quel che cerca...



Se c'è davvero un problema a trovare qualcosa, ebbene queste sono le cartoline! Sembra incrediBBoli che esista un luogo in cui è difficilissimo per il turista trovare delle semplici cartoline, pure brutte magari, ma sempre cartoline, da poter inviare agli amici prima di tornare a casa. La ricerca delle cartoline ovviamente si svolge per me nella mia ultima mattinata a Bogota prima di prendere l'aereo per tornare a casa. Dopo un'ora di giri e domande ai venditori di bancarelle, scopriamo che l'unico luogo che vende cartoline di Bogota è un negozio di cartoleria e libri in centro.

Al secondo piano.

In fondo al corridoio.
In un angolo nascosto.
In una scatoletta di cartone.
In mezzo a cartoline di altri posti colombiani.

Puff, che fatica! Dopo un complesso procedimento di scartoffie (calcola il prezzo, porta un foglietto di sotto, fai la fila, paga, vai a ritirare il prodotto incartato mostrando la ricevuta), non contenta, decido di cercare i francobolli. Era un sabato mattina.




Plaza Bolivar era ancora reduce dalla parata militare della mattinata, una qualche cerimonia di premiazione nazionale (forse di promozione degli ufficiali) in cui amavano partecipare anche alcuni dei numerosi cani randagi della zona... Io e Jason ci aggiriamo nei dintorni alla ricerca della posta: l'unico luogo che venda i francobolli. Incontriamo sulla strada un'agenzia DHL, ma questi non si occupano per nessun motivo della spedizione di cartoline (!!!). Di fronte c'è la posta, un edificio enorme delle comunicazioni, ma non ce ne rendiamo conto...e a quanto pare neanche gli abitanti del luogo, che ci indirizzano intorno al grande edificio. Tra un vetro ammaccato e l'altro, vediamo un cartello che ci invita a girare intorno al palazzo, e finalmente troviamo l'entrata e la risposta al mio dubbio amletico: francobolli sì o no?



Cattedrale di sale di Zipaquira, vicino Bogota.

Vi prego! Datemi i francobolli prima che riparta, vi prego! La risposta è dentro di te, e però... è sbagliata! Insomma, la risposta è NO. I francobolli è vero che si vendono solo alla posta e da nessun'altra parte, ma non ci si può mica aspettare che si vendano per giunta nel week-end! Ridicolo! I fracobolli si vendono in Colombia *solo* alla posta e *solo* dal lunedì al venerdì *solo* dalle 9 alle 17. Ecco, se qualcuno volesse comprare i francobolli, sempre ammesso che abbia trovato le cartoline, queste sono le condizioni! Anche i cani lo sanno.




Sulle scale del monastero sul monte Monserrate, Bogota, a 3.150 metri.

Ma torniamo alla bella Bogota. Una delle mete favorite di pellegrini e visitatori è il monastero di Monserrate. Per arrivare al teleferico, si fa una bella camminata tra le stradine strette, di giorno percorriBBoli senza problemi, verso il verde sempre più folto. Sopra di noi, il monte. Dietro, la città.



In cima, una sensazione di pace e tranquillità, anche se il prete che fa messa dice tra un sermone e l'altro che occorre perdonare tutti, ma io non credo che si debbano perdonare politici corrotti, trafficanti di droga e tutti quelli che contribuiscono a rendere questo paese, ogni paese, misero e pericoloso. Jason compra dei souvenir, ed io mi godo la brezza pomeridiana fresca, l'ossigeno puro e piacevole, il tramonto dietro il Cristo su un monte vicino.



La sera decidiamo di andare in centro a giocare a bowling, come consigliato da alcuni fissi dell'ostello. La particolarità del bowling di Bogota è che... è automatizzato in modo del tutto umano. Come fare a spiegare questo concetto, in un mondo ormai meccanizzato alla fordiana come lo dipingeva Chaplin anni fa? Ebbene, esiste un'eccezione a tutto questo... Guardare per credere...




Avete guardato attentamente? Avete visto cosa succede dietro ai birilli? Magicamente essi si trovano al loro posto dopo i due tentativi di sbaragliarli con la palla. Era il mio primo gioco di bowling. Le regole sembrano complicate (data la necessità di calcolare i punti in un certo modo a seconda che si buttino giù tutti i birilli o meno), ma alla fine nonostante la laurea in comunicazione e la perseveranza nelle facoltà umanistiche, ci ho acchiappato. Anzi, ho fatto amicizia pure con tutta la gente intorno, e ognuno mi insegnava il proprio metodo per lanciare la palla, piegare le gambe, dondolare il braccio, posizionare le dita nella palle e così via. Insomma, una confusione esagerata! Alla fine, ho sviluppato il mio metodo, per quanto ridicolo, e la palla colpiva i birilli, TIE'!



Dopo il divertimento, la prima notte a Bogota è stata ibernante. Non abituata alle temperature freddissime che nel frattempo stavano congelando anche New York, non sapevo come proteggermi dal freddo, e l'unica soluzione trovata la prima sera era semplice: la borsa dell'acqua! Uno dei simpatici ragazzini che lavora all'ostello di notte ormai sa che se torno a Bogota dovrà sempre prepararmi la borsa dell'acqua calda prima di dormire, come una vecchietta! La gentilissima manager dell'ostello, una donna dai tratti dolci, amante dell'India, dai capelli grigi, legati in una palla sulla nuca, ma lo sguardo attento e pratico, mi ha insegnato qualche altro metodo il giorno dopo per difendermi dal freddo:

1) borsa dell'acqua calda!
2) mettere una delle coperte sul materasso, sotto il corpo, in modo da sbarrare il freddo che viene dal pavimento.
3) non essere troppo vestiti nel letto, bensì in contatto con le copertone di lana.
4) coprirsi con un folto poncho di lana al mattino per andare in bagno, e magari anche la sciarpa.
5) si spera di no, ma eventualmente il kit di emergenza è disponiBBoli (tocchiamo ferro!)



Insomma, ci sono vari modi per non finire stecchiti di freddo come le tarme sul monte, che rimanevano attaccate ai muri in attesa di spirare...







Sao Paulo, non ti amo!

Dopo Rio, pausa a Sao Paulo. E' stato per me il momento più brutto del viaggio. Siamo arrivati nel mezzo della notte. Quartiere pericoloso, pieno di homeless che si aggiravano senza meta per i marciapiedi. Dimentico il mio prezioso quadro delle favelas nel taxi. Nell'hotel non ci hanno tenuto la stanza prenotata...e così fino alle 8 del mattino aspettiamo che si liberi qualche stanza singola, per poi confluire nella stanza da quattro, munita di divano, telefono e televisione.

ODIO GLI HOTEL.


La sera non si può uscire: è troppo pericoloso. La gente ci guarda minacciosa, come se fossimo botti d'oro (e non si può non essere notati con tre asiatici al seguito!). Non riesco a prendere sonno, e nel bus verso Sao Paulo abbiamo avuto pochissimo tempo per dormire. Sono incazzata perché l'omino alla reception non trova una soluzione al suo danno, e perché ci dice per giunta di uscire, camminare un isolato, e andare a vedere se l'altro hotel ha posto. Ma uscire equivale essere derubati o peggio! Come può non rendersene conto un locale?! E perché poi non gli viene in mente di usare il telefono?! Mah.
Mi incazzo anche coi miei compagni, che sono calmi e a mio parere troppo gentili con chi ci sta causando problemi per la sua incompetenza. Alla fine ci danno tre stanze singole. Due vanno a dormire ed, io, insonne, aiuto Jason nella sua assurda pretesa di tingersi i capelli di marrone (perché poi, non l'ho mai compreso!). Mai avrei pensato che puzzasse tanto la lozione di tintura! BLEAH! L'assistenza era necessaria perché le istruzioni erano solo in portoghese e spagnolo...!




E' giusto che chi si tinge senza motivo soffra! Perché tingersi, modificarsi, distruggersi i capelli, mentre quelli che ci ha dato madre natura sono sicuramente i migliori che possiamo desiderare? Bah, nessuno è mai contento con quello che ha! Nel caso di Jason, forse un po' di goliardica voglia di divertirsi lo spinse a questo atto insudiciante... Ma davvero l'aveva fatto? Davvero?!


Dopo una notte insonne, senza che il mio amico Silas rispondesse in tempo alla mia e-mail per incontrarci nella sua città, decidiamo di fare un giro. Sono di umore pessimo, e il centro della città, coi suoi grattacieli brutti e grigi, mi sembra ancora più orrendo di quanto probaBBolimente è. Di sicuro Sao Paulo non è un luogo di attrazioni turistiche, bensì un posto in cui, preferiBBolimente con un locale, ci si dedichi a mangiare fuori e uscire la sera... sempre facendo attenzione a tutto. Ma noi dovevamo rimanere solo un giorno. Poi Derek e Yvette sarebbero tornati a NYC, e io e Jason avremmo proseguito il viaggio verso Bogota, al fresco.


Sao Paulo è nota per la sua comunità giapponese, la più grande fuori dal Giappone. Ci sono infatti a Sao Paulo circa 1.5 milioni di giapponesi, che hanno colonizzato un'area tutta loro. Qui si trovano negozi giapponesi (col gattino dorato che porta fortuna e denaro), bar giapponesi, persone giapponesi e soprattutto ristoranti giapponesi. Così, siamo finiti in quello che la nostra guida definiva il miglior ristorante di sushi della zona. E in effetti, per quanto io non ami il pesce crudo, non si può smentire.

Per fortuna il giro è durato poco. La parte italiana di Sao Paulo è piccolina ed insoddisfacente. La pioggia ci suggerisce di tornare indietro, e io mi addormento fino alle 4 del mattino, quando finalmente torniamo in aeroporto per le nostre destinazioni. Peccato, Sao Paulo, forse ti conoscerò meglio in un altro momento!





sabato 16 febbraio 2008

Un giro nelle favelas.

Grazie all'ostello, siamo rientrati in un progetto per cui agli esterni viene consentito di fare un breve giro a piedi all'interno delle favelas, e in cambio il denaro viene devoluto a favore di progetti per la comunità stessa, come scuole, laboratori di pittura, e così via. E' giusto che anche i ragazzini più sfortunati possano godere di strutture e servizi pubblici decenti.


Le stradine piccole impediscono ai servizi pubblici di recuperare la spazzatura, per cui sono dei locali conosciuti in ogni zona a portare i rifiuti sulla strada principale, perché vengano presi e portati via dai camion. La
favela che visitiamo è la più grande di Rio e forse di tutto il Sudamerica: si chiama Rocinha. La nostra guida ha superato un training di tre settimane in cui si faceva conoscere dagli abitanti del luogo, e si orientava sul percorso da fare e sulle persone da evitare. Non si possono infatti fare fotografie, per ovvi motivi, in presenza di osservatori o spacciatori della banda dominante di trafficanti di droga.



Grazie alle conoscenze della guida, prendiamo il più moderno servizio di trasporto in circolazione nelle favelas: la moto! Tutti i giorni, vari motociclisti vengono pagati per portare su e giù dalla collina gli abitanti del luogo. I poliziotti che stazionano svogliatamente da queste parti, tutti corrotti fino al midollo, ricevono circa un real a testa dai motociclisti, che in questo modo non devono portare il casco e sono autorizzati a svolgere il loro ruolo. Questo tipo di organizzazione ricorda molto da vicino Napoli....


La nostra corsa su per le strade tortuose della collina è un bellissimo esempio di come sia una favela vista dalla strada principale. Si tratta di case povere, cemento in vista, sovrastate da fili elettrici, ma in generale provviste di negozi alimentari e non, quanto basta per servire una popolazione vastissima, che raggiunge qui almeno le 500.000 persone. Si tratta di una vera e propria città, con tutti i servizi e le commodities - chiaramente low cost - di cui una popolazione vasta ha bisogno.



Quello che più mi piace della favela è la semplicità della gente, gente come noi, che ha una famiglia, possiede una casa (di cui non paga le tasse), e svolge una vita più faticosa di una persona normale, coi suoi 2-3 lavori nelle zone ricche della città.

Il 95-99% della popolazione è gente il cui solo "difetto" è quello di essere povera. Non sono assassini, non sono ladri, non sono aggressori. Una sparuta minoranza è invece quella costituita da gruppi di trafficanti di droga che si spartiscono le varie favelas e danno stabilità e organizzazione. Come a Napoli, il boss è informato su tutto: chi entra e chi esce dalla favela, chi viola l'ordine e così via. Non sono ammessi ladri o disturbatori, affinché il traffico di droga, qui protetto e nascosto nelle piccole stradine, non sia compromesso.

La maggior parte degli abitanti sa con chi è meglio non avere a che fare e continua la propria vita faticosa ma onesta all'interno della favela. Qui tutti si conoscono: è come una grande famiglia. Per questo chiunque voglia entrare nella favela, per essere al sicuro, deve conoscere qualcuno che abiti nella stessa. Come in qualsiasi luogo, conoscere i locali è un vantaggio. Persino Ernesto non è mai stato in una favela, mi racconta, ma ha amici che potrebbero farlo entrare in questo labirinto di stradine e case accalcate.
Infatti non proviamo nessun senso di pericolo, e la gente anzi ci sorride e ci saluta. I bambini più coraggiosi ci chiedono di fare loro delle foto, gli altri giocano per passaggi polverosi da cui spuntano spesso piccole discariche malsane di spazzatura all'aria aperta. Ogni tanto passa qualche scarafaggio o altri animaletti...ma dopo aver vissuto a New York quelli di Rio mi sembrano persino carini e quasi giustificati in un posto come questo!

Ci dirigiamo verso una delle strutture che stiamo contribuendo ad ampliare con i soldi del "tour": si tratta di un piccolo edificio in cui adulti e piccini si cimentano nella pittura. E' un modo come un altro per occupare il tempo libero dei ragazzini e distrarli da altre più pericolose attività. Si vedono infatti in giro giovanissimi muniti di armi automatiche... forse una maniera più turbolenta di fare più soldi più in fretta. La maggior parte dei dipinti su tela raffigura la favela, ma le case disegnate sono sorprendentemente ricche di colore, nonostante si staglino su una collina nera e altissima, la cui cima è spoglia. Compro un piccolo dipinto di un bambino di nome Carlos, che purtroppo lascerò su un taxi nel mezzo della notte a Sao Paulo...
Proseguendo il giro, ci fermiamo in una panetteria dai profumi inebrianti, ed assaggiamo ogni tipo di dolci caserecci: al cocco, alle noci, a non-ricordo-più-quali-gusti ma ricordo che erano dolci buonissimi! Assaggio persino un pezzettino di un frutto stranissimo, simile a un enorme melone giallo, che pende dagli alberi di queste zone: il Jack-fruit. E' giallo all'interno e un po' viscido, non proprio gustoso... come quello qui sotto, sulla carretta di un venditore ambulante incontrato a Sao Paulo.
Ce lo offrono dei simpatici ragazzini che si divertono a suonare... la samba! Il ritmo incalza mentre i ragazzini battono sui tamburi con una naturalezza che solo dei brasiliani possono avere, una naturalezza che quando crescono si tramuta in balli sfrenati, come quelli funk, che i nostri eroi hanno ovviamente sperimentato in un'altra favela.
Mentre cerchiamo di sputare il Jack-fruit senza essere visti, ci intratteniamo con la musica e coi bambini bellissimi che popolano la favela. Moltissimi sono mulatti (e anche qui la popolazione di neri è quella più povera rispetto ai brasiliani di pelle più chiara...) Ecco qualche scatto:



Una bambina osserva i percussionisti.




Un bambino chiede.



Una bambina sorride.
Dire che sono splendidi è poco. Lascia invece riflettere la loro condizione, una condizione in cui sono nati per volere del destino, e in cui potremmo essere nati anche noi. Invece io sono italiana, ho una bellissima famiglia, e ho la fortuna di essere sostenuta e amata dai miei genitori. Come potevo saperlo quando sono nata? Potevo essere anch'io una bambina della favela, con una vita in collina, tanti fratelli, e amici onesti o armati. Ma questo non sono, per cui osservo.


La sera andiamo in un'altra favela per una serata funk in una discoteca. Ci troviamo immersi in un cubo enorme a due piani (il piano superiore per i "VIP") pieno zeppo di gente sia della favela, sia di fuori. Il volume della musica è assordante, tanto da dovermi proteggere con dei pezzi di carta nelle orecchie. Il modo di danzare funk in brasile (e forse in particolar modo nelle favelas) è molto, mooolto disinibito. Io l'ho soprannominata la danza di "pre-copulazione"! Essa consiste in ragazze munite di minigonna che sculettano in maniera estrema abbassandosi e alzandosi, con il sedere ben in vista e in movimento. I ragazzi invece si piazzano a turno dietro alle ragazze sculettanti e adottano un swing monotono che sbalza i loro bacini avanti e indietro, in perfetta sincronia con lo sculettamento femminile!!! Mai vista cosa simile.


Qualcuno di noi commenta che forse questo è uno dei motivi della sovrappopolazione delle favelas... e subito dopo una ragazza rimane folgorata da Yvette. Con movenze inequivocabili del di dietro cerca di convincerla a ballare con lei, ma vuoi per l'imbarazzo, vuoi per la stanchezza, Yvette non accetta cotanto lesbico invito! Purtroppo non sono una fan della discoteca, e nemmeno del tipo di comportamento ormonale che in questi luoghi ha il sopravvento, ma anche questa è un'esperienza "favelica" interessante. In fondo siamo a Rio: bisogna provare tutto!!! E credo che da questo punto di vista non ci siamo risparmiati!


Era giunto ormai il momento di ripartire!

Rio, quanto ti ruberei!

Ed eccoci alla nostra avventura a Rio! Innanzitutto, ci buttiamo nel nostro bellissimo ostello, comprendente zona relax con amache, pub con vista sulla strada, stanze con rumorosissimi ventilatori, docce con musica ben scelta e, ciliegina sulla torta....una jacuzzi rotonda di gruppo in terrazza! Insomma, ci trovavamo nel mitico Mellow Yellow!



L'ostello si trova vicino a una delle spiagge più famose di Rio, Copacabana. Per famosa cosa si intende? Certo che ci sono tanti bei ragazzi e belle ragazze che camminano in bikini. Certamente un esempio di questa tipologia di bellezze si può trovare di seguito, ma è raro incontrarle tutte insieme... ;)




Tali bellezze non avevano ancora raggiunto livelli assurdi di abbronzatura...o meglio...bruciatura! Le spiagge lunghe e sabbiose , piene di venditori-di-qualsiasi-cosa (caipirinha, succhi di guava freschi, gamberoni squisiti infilzati...ecc.ecc!), ci attirarono fin dal primo momento...e fu così che andammo dove non dovevamo andare...




Ricordo ancora le nostre impronte sulla sabbia di Copacabana, quella nostra prima sera. I ricordi sono un po'
blurred, perché eravamo stanchi dal viaggio e un po' vulneraBBoli, forse instupiditi dal viaggio....e da quel falso senso di sicurezza che ci dava la luce. Il posto era illuminato, o quasi. Avevamo mangiato dall'altra parte della strada rispetto alla spiaggia, popolata da molti baretti pullulanti di gente e dall'Hotel Excelsior. Al di là della strada, altri baretti si ergevano sulla sabbia (persino uno schifoso McDonalds a mo' di tendone!). Più in là, un gruppo di ragazzini giocava a calcio e vicino al mare, dove la luce si diradava, ma pur sempre vicino alla strada, qualche famigliola sedeva nella brezza marina ad osservare le onde.



Certo questo gruppetto di viaggiatori dalle membra stanche (e anche i neuroni) non poteva immaginare ciò che sarebbe successo. Uno in particolare aveva con sé neuroni molto stanchi, uno zainetto, e una macchina fotografica che scattava troppe foto con il flash... La famigliola placida si alza e si allontana. Io non ci faccio caso. Gli altri continuano a giocare. Nessuno ha nulla in tasta...a parte Jason qualche soldo ed io una macchina fotografica nascosta in tasca. Ma il Cristo sulla montagna (el Corcovado) non ci stava assistendo.



Tutto accade in fretta. Due ragazzini buttano a terra Derek, quello con lo zaino, e uno approccia con fare cauto ma risoluto Jason domandandogli l'ora. Yvette mi indica Derek per terra, io vedo Jason indietreggiare....e così io e Yvette cominciamo a correre come mai abbiamo corso verso la strada. La sabbia rendeva i passi lenti, e temevamo di essere inseguite, ma quando la mia testa ha avuto il coraggio di appoggiarsi alla spalla per guardare indietro, tutto appariva calmo. Come non fosse successo nulla veramente...



Così era la gente a cui chiedevo aiuto in spagnolo, calma e indifferente. Qualcuno ci indica delle luci. Non troviamo nulla. Torniamo al bar. Qualcuno tira fuori esitante il cellulare ma non chiama. Fidarsi della polizia qui? Meglio non averci a che fare, forse pensava. Troviamo un'ambulanza, ma nessun ferito non fa muovere un ambulanza. PER DINCI, qualcuno si muova! I ragazzi stanno bene? Cos'è successo?


Ansimanti, raggiungiamo finalmente una macchina della polizia, ma non è la speciale polizia istituita per aiutare "i turisti" come noi, quelli che ogni giorno vengono derubati, bensì una pattuglia normale. Nessuno parla inglese. Io mi faccio capire con lo spagnolo ma ci vogliono almeno dieci minuti finché si muovano. Mi fanno domande stupide tipo: cos'hanno rubato? Quanti erano esattamente? Come se fossi rimasta lì ad aspettare di scoprirlo!!!



Alla fine ci muoviamo, e troviamo i ragazzi sul ciglio della strada con i nostri sandali in mano. Li avevamo lasciati sulla spiaggia. Anzi, quelli di Jason erano stati sotterrati da Yvette per gioco, e lui ci aveva messo del tempo a ritrovarli dopo l'aggressione!!! Per fortuna non è successo nulla: una ferita alla testa di Derek quando è caduto e resisteva, una minaccia mai portata a termine col coltello a Jason, e una macchina fotografica e l'equivalente di una ventina di dollari persi. Poca roba, e tutti sani e salvi. Per fortuna i miei compagni sono ancora tra noi in questo mondo!



In realtà i ladri-aggressori sono spesso ragazzini giovani che magari non sono ancora entrati nel traffico di droga e che probaBBolimente vivono nelle zone povere della città. Queste sono le favelas, ghetti di slums, case costruite rusticamente una sull'altra, e in particolare nelle zone collinose della città, a diretto contatto con le parti più ricche, abitate dalle élites, giù verso il mare. Uno dei contrasti più interessanti e tipici di Rio è appunto questa sovrapposizione di ricco e povero, lussuoso e anti-igienico, alto e basso. Tutto insieme, amalgamato in una ragnatela molto difficile da sciogliere, e che si ritrova in molte altre parti del Sudamerica.


Ma cosa sono le favelas? Il nostro gruppo di temerari è andato sul posto a scoprirlo... nel prossimo post.